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Cultura / Siti archeologici
Cultura / Siti archeologici
PONTE DEL DIAVOLO

Lungo la valle Vara si trova il così detto ponte del Diavolo, un possente muraglione d'età romana appartenente al percorso della Salaria e costruito in opera quadrata. Il manufatto è alto nel punto massimo circa 13 metri, lungo 20, e largo circa 6,70, misura che corrisponde alla lunghezza totale della carreggiata stradale. Quattordici sono le file di blocchi, ricavati nel calcare locale - una cava è ancora ben evidente - alti mediamente 90 cm e lunghi fino ad un metro e venti. A valle, il fronte del muraglione è stato rinforzato da sette speroni che si rastremano verso l'alto. Sopra la nona fila si apre un chiavicotto a forma grosso modo esagonale per lo scorrimento e lo smaltimento delle acque meteoriche.


LA VILLA DEI BRUTTI PRAESENTES

Una delle scoperte più rilevanti mai verificatesi in Sabina, in particolare per quanto riguarda il periodo romano, è avvenuta nei primi decenni del secolo scorso nei pressi di Osteria Nuova, in località “Madonna” dei Colori ai piedi di Monte Calvo, dove esistono tuttora i resti della chiesetta altomedievale, che ingloba strutture d’età romana. Nel 1824 furono effettuati scavi archeologici che furono continuati per molti anni, consentendo il recupero di un gran numero di statue e di altro materiale archeologico di notevole pregio. Soltanto per esemplificare furono trovate circa 80 statue di varie dimensioni o frammenti di esse. Dopo varie vicissitudini questo materiale fu in gran parte acquistato dal principe Francesco Borghese e restò nella villa Borghese fino al 1897 furono vendute in gran parte alla Ny Carlsberg Glyptotheke di Copenaghen, dove sono tutt’ora esposte. Restò in Italia soltanto il Fauno Danzante, mentre un altro gruppo non precisato di sculture andò ad abbellire l’Achelleion di Corfù, la celebre villa di Elisabetta d’Austria, moglie dell’imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe.

TREBULA MUTUESCA

Il centro abitato di Trebula Mutuesca sorgeva non molto lontano dall’attuale Monteleone Sabino non lontano dalla Valle del Turano, che, con molta probabilità, ricadeva nel suo territorio. L’esistenza di abitati preromani è attestata dalla presenza di alcune cinte costruite in opera poligonale con blocchi di calcare rozzamente sagomati su alcune alture site nei pressi dell’insediamento romano.
Una interessante notizia sul tipo di colture praticate a Trebula è contenuta in un passo dell’Eneide (VII, 711), nel quale Virgilio ricorda i valorosi soldati dell’olivifera Mutusca (Ereti manus oliviferaque Mutuescae). Un paesaggio agrario dominato dagli oliveti, assunti dal poeta latino a simbolo dell’ager trebulanus.
La divinità però maggiormente venerata a Trebula era senza molti dubbi la dea Feronia. Una divinità con un culto ampiamente diffuso, sempre nell’area centroitalica, da Rimini fino a Terracina, da ricordare subito al di là del Tevere il santuario principale della dea, Lucus Feroniae, e legato all’agricoltura ed alla fertilità.
Numerose sono le dediche a Feronia ritrovate nell’area dell’antica Trebula. Particolarmente importante quella di Q. Pescenius, il quale aveva donato per l’abbellimento e la costruzione del tempio, tre colonne e la crepidine di pietra posta davanti a loro.
E’ probabile che il tempio dedicato a Feronia sorgesse nei pressi della Chiesa di Santa Vittoria, dove fu individuato e scavato a due riprese negli ultimi decenni un deposito votivo, dal quale furono recuperati numerosi reperti, tra i quali un cospicuo numero di teste di terracotta, parti anatomiche, statuette zoomorfe ed una notevole quantità di ceramica a vernice nera, materiali del tutto simili a quelli di area romana.
Questi reperti sono tutti databili con una buona approssimazione alla prima metà del III secolo a.c., non molto tempo dopo quindi la definitiva conquista della Sabina, avvenuta, come si è già detto più volte, nel 290 a.c., ed è probabile che attestino il fiorire dell’abitato in seguito all’arrivo degli assegnatari romani.
Le strutture urbane di Trebula Mutuesca si sviluppano su tre colline distanti circa un Km e mezzo dall’attuale Monteleone, il Colle Foro, il Colle Castellano ed il Colle Diana, e sul pianoro racchiuso tra le alture, denominato il Pantano. In tutta l’area sono visibili i resti di imponenti strutture pertinenti al piccolo municipio. Alcuni saggi di scavo compiuti sullo scorcio degli anni ’50 hanno riportato in luce parte dell’anfiteatro e delle terme. Recentemente sono ripresi gli scavi nell’anfiteatro che è stato per la gran parte riportato alla luce.
Una intensa attività edilizia dovette svilupparsi intorno al II secolo d.c., tanto da dare una connotazione monumentale all’insediamento. Questa attività edilizia è stata posta in connessione non tanto con un fiorire dell’economia dell’area, quanto piuttosto con il desiderio di una potente famiglia della zona, che possedeva ampi territori, i Bruttii Praesentes e della moglie di uno di loro, Laneria Crispina patrona del municipio, di mostrare la compiuta ascesa sociale e la loro liberalità, contribuendo grandemente alla trasformazioni e modificazioni delle strutture urbanistiche della città. Un consistente numero di informazioni sulla vita pubblica del piccolo municipio sabino può essere ricavata da un cospicuo corpus di iscrizioni riutilizzate nella costruzione della Chiesa di Santa Vittoria.

LA SALARIA E IL PONTE SAMBUCO

Dopo essere salita con alcuni tornanti, realizzati in opera poligonale, fino alla colonnetta di Ornaro, forse il 40° miglio da Roma, la Salaria scendeva verso Rieti - alcuni tratti sono visibili in posizione sopraelevata rispetto al tracciato della vecchia Salaria - dove, poco oltre il 41° miglio, per mezzo di un viadotto lungo circa 66 metri, veniva superata una vallecola laterale con una rampa in pendio sui due versanti. Quasi al centro dell’opera d’arte si apre una fornice con una luce di 3,70 metri; alto complessivamente 6,5 metri, mentre all’imposta della volta l’altezza è di circa 2,25 metri. I blocchi in calcare locale, sono alti circa 60 cm, con la carreggiata utile che è larga 4 metri e 20.
Il Ponte Sambuco rimase in funzione fin sullo scorcio dell’età moderna, al momento dei grandi mutamenti nella rete stradale avvenuti subito dopo l’unità italiana. Nel basso medioevo il Pons Sambuci delimitava i confini fra il discrictus romano e quello reatino.