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Altri Itinerari / La strada Orvinio - Scandriglia
Altri Itinerari / La strada Orvinio - Scandriglia
Lungo la strada provinciale che collega Orvinio con Scandriglia si incontrano monumenti naturali ed artistici di estremo interesse. La strada, che parte dai 535 metri di Scandriglia o dagli 840 di Orvinio, durante il suo "cammino" arriva a superare anche i 1000 metri di quota. Questa via di comunicazione serpeggia quasi interamente all'interno del Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili. Se partiamo appunto da Orvinio, il primo monumento che incontriamo su un rilievo posto a nord della provinciale è la chiesa della Madonna di Vallebuona, con intorno i resti del borgo medievale (e del castello) abbandonato di Vallebuona. Del castello purtroppo oggi rimangono solamente il maschio ed i resti della cinta muraria. La chiesa invece fu fondata nel XII° secolo e ricostruita dagli abitanti di Canemorto nel 1643. È in ottime condizioni dopo recenti restauri. Si racconta che un giorno un pastore di Orvinio, intento a tagliare l'edera che aveva ricoperto le mura diroccate del paese abbandonato, notasse la lama della scure intrisa di sangue; fu così che rinvenne un effigie della Vergine che perdeva sangue. In onore della Madonna fu costruita l'attuale chiesa sul cui altare maggiore è collocata la sacra immagine: un dipinto ad olio su lavagna del XVI secolo che rappresenta la Madonna in atto di allattare il Bambino. L'interno della chiesa è decorato da dipinti ed affreschi di Vincenzo Manenti, artista nativo di Orvinio. La chiesa in questione è menzionata anche negli atti della visita pastorale del Cardinale Andrea Corsini nella diocesi Sabina (1779-1782). Dagli “acta visitationis diocesis sabinensis” si legge: chiesa rurale della Madonna di Vallebuona, il tempio ricostruito nel 1643 è decorato con 3 grandi tele . Un San Pietro che riceve le chiavi da Cristo, una Annunciazione, un San Giovanni Battista. Sull’altar maggiore è stata collocata una immagine “miracolosa e antica” della Madonna e due tele con San Antonio da Padova e San Vincenzo Ferrer. Gli atri 2 altari sono consacrati a San Benedetto (raffigurato tra S.Stefano, S.Francesco e la Madonna) e alla visitazione della Vergine. La chiesa è menzionata anche negli atti della visita pastorale in Sabina del Cardinale Carlo Odescalchi (1833-1836). Alla sezione stato materiale delle chiese infatti c’è scritto: Santuario della Madonna di Vallebuona “eretto dalla discreta pietà del popolo fin dal principio del 1600 sulle ruine del castello diruto di tal nome”. Nei pressi del Santuario inoltre esiste ancora la chiesetta rurale di San Giovanni Battista (in una proprietà privata, non visitabile e in stato di forte degrado), descritta tra le proprietà del castello nel 1343. Anche questa chiesa è menzionata negli atti del Corsini: “chiesa rurale di San Giovanni Battista, già esistente nel 1614, ha un'unica navata con altare dedicato al Santo titolare”. Invece la relazione dell’Odescalchi si limita a dire: “poco distante dal Santuario c’è la chiesa di San Giovanni Battista”. Il centro di Vallebuona, ubicato sulle pendici di Monte Castellano è legato anche alla storia di Orvinio: dopo il 1513 infatti il "paese degli orviniesi" cominciò a popolarsi e ad acquistare maggiore importanza in seguito alla fusione dei suoi abitanti con quelli del distrutto paese di Vallebuona. Il castello di Vallebuona appare per la prima volta nel Catalogus Baronum della seconda metà del sec. XII. Nella prima metà del sec.XIII appartiene a Tommaso Mareri, al quale viene confiscato da Federico II, ma restituito da Innocenzo IV il 18 Ottobre 1251 e confermato da Carlo d’Angiò il 14 Aprile 1266. Il figlio di Tommaso, Filippo, avendo preso le parti di Corradino, Vallebuona gli fu tolta da Carlo d’Angiò e data nel 1271 a Guglielmo Accroczamuro, che vi rinunziò all’inizio del 1279. Nel 1284 ne è il titolare Giovanni Piccardo che lo tiene anch’esso in feudo dalla corte Angioina. Passa in seguito ai Boccamazza di Roma e nel 1301, dopo la morte di Nicolò Boccamazza, fratello del Cardinale Giovanni, esso è contestato ai nipoti di quest’ultimo dai Mareri, i quali non hanno rinunciato ai loro antichi diritti e che, difatti, lo ricuperano, rimanendovi proprietari fino al sec. XVI. Situato nella diocesi di Sabina, alla quale paga 2 rubbia di grano, il castello di Vallebuona è incluso nella Visita del 1343. Esso possiede allora, oltre alla parrocchiale di San Pietro, non meno di cinque chiese: San Giovanni, San Giusto, San Vittorino, S. Maria e San Pietro. Verso il 1363 è inserito nella lista base del Sale e Focatico con una tassa di 10 rubbia, ma non figura in quella del sussidio militare del comune di Roma del 1396. In tutte le liste del Sale e Focatico del sec. XV, lo spazio ad esso riservato rimane in bianco. Nel 1440 è ancora citato in una lista di castelli dei Mareri che si posero in armi con il conte Giacomantonio. In seguito, il territorio dell’ex castello viene incorporato a quello di Canemorto. Come abbiamo detto sopra, il centro di Vallebuona è ubicato sulle pendici del monte Castellano. Sulla cima di questo monte possiamo trovare tracce di un insediamento pertinente alla fase di conquista da parte dei romani del territorio equo; sono ben visibili tracce di terrazzamenti e di mura difensive in opera a secco risalenti all'età repubblicana (V-VI sec.). Sempre sul monte Castellano, dove sono stati rinvenuti anche reperti in ceramica risalenti all'età repubblicana, si trovano anche dei resti risalenti a siti dell'età del ferro. Per arrivare sulla cima del monte Castellano esistono dei sentieri segnalati nella carta escursionistica del parco, noi comunque proseguiamo sulla provinciale, anche lei citata nei percorsi naturalistici da effettuare all'interno dell'area protetta. Proseguendo lungo la strada, dopo aver passato la località Pratarelle dove si potrà godere del magnifico pratone con un fontanile di pura acqua sorgiva, sulla sinistra scorgiamo la vetta Colle Cima dei Coppi (1211 m), a forma piramidale, una delle più elevate del parco dei Monti Lucretili. Poco al di sotto della cima ci sono i resti di un altro borgo medievale (con castello) abbandonato, quello di Pietra Demone. Questo centro che in passato costituì un caposaldo strategico nella valle del Licenza, andò completamente distrutto in epoca medievale. L'abitato di Petra Demone, secondo alcuni prenderebbe il nome da un tipo di pietra rossa ivi esistente, detta Petra Demonis perché utilizzata per il culto pagano. Nel luogo dove sorgono le rovine dell’abitato infatti esisteva in precedenza un tempio dedicato a Giove Cacuno. La “pertinenza di Petra Demone” è attestata tra i confini di una terra in località Piccarella nel 1011 e l’incastellamento del sito può dunque considerarsi anteriore a questa data. Prima del castello, o comunque già nel sec. X esisteva nel luogo chiamato Petra Demone un monastero di Santa Maria nel quale prese l’abito monacale San Domenico di Sora (morto nel 1031). L’Abbazia di Farfa entra in possesso del castello negli anni 1083-1084 per donazione dei conti di Rieti. Nel XII secolo le pertinenze e l’importanza di Petra Demone si accrescono con l’acquisizione di casali, vigneti e privilegi concessi dall’Abate Guido III a compenso della fedeltà dimostrata dagli abitanti del castello nei dissensi seguiti alla sua nomina. Nel 1318 la comunità di Petra Demone costituitasi in libero comune sotto la protezione farfense, nomina un procuratore perché abbiano fine le ostilità e i delitti e si ristabilisca la pace con le comunità vicine di Civitella e Percile, feudi degli Orsini. Nel 1338 l’abate Giovanni IV a causa delle pretese avanzate da Giacomo Savelli, nomina Stefano Colonna e Rainaldo Orsini vicari di Petra Demone e Scandriglia. Le pertinenze di Petra Demone si estendono per un circuito di 18 miglia e la visita pastorale del 1343 segnala, solo per il castrum di Petra Demone la presenza di 4 chiese e tre cappelle dipendenti, mentre nei registri del sale risulta tassato per 10 rubbia. I vicini centri di Civitella e Licenza invece rispettivamente per 3 e 5, e questo a testimoniare dell’importanza del luogo. In queste liste delle tasse, Petra figura sotto 2 province: quella di “Romangia et Abbatia farfensis” e quella di “Tibur et Carsolii”. Nella prima lista del 1419 per la provincia di Tivoli il castello di Petra si trova tra le terre disabitate, mentre nella prima del 1448 per quella di Romangia è segnato “distrutto”. Il suo abbandono va dunque collocato nei primi decenni del 1400, ma non prima, dato che nel 1396 esso è ancora menzionato nella lista del sussidio militare al comune di Roma. È arrivato fino ai nostri giorni un documento dell’Agosto 1438 e più precisamente un atto di vendita di terra in Petra Demone. E’ molto interessante, poiché parla di uno dei tanti abitanti che in quel periodo abbandonarono il paese di Petra Demone. Il documento è conservato nella biblioteca dell'Abbazia di Farfa ed è in buone condizioni, anche se ci sono alcuni piccoli fori. Esso "recita": Cola di Antonio, già de castro Petre, ora abitante di Poggio Moiano, per se e suoi eredi e successori, vende ad Andrea di Iannuzio da Cane Morto (così si chiamava Orvinio fino al 1860), presente ed accettante per suoi eredi e successori, un pezzo di terra, sito "in tenimento Petre", la dove si dice "Le Speneta" e volgarmente chiamato "Lu casale de Laconte". Detta vendita avviene per il prezzo di 20 Fiorini, a ragione di 48 Bolognini per ogni fiorino, somma che il venditore dichiara di aver ricevuto in moneta numerata dal compratore, rinunciando alla eccezione del non avuto e non numerato. Actum in Poggio Moiano, nella casa del venditore. Notaio: Giovanni Colecta da Poggio Moiano. Dunque a quanto pare sembra che le terre attorno a Petra continuarono ad esser coltivate almeno in parte anche dopo l'abbandono del paese. Questo pezzo di terra sarà poi acquistato dal Monastero di Farfa. Proprio nella biblioteca di questa Abbazia, possiamo trovare molto materiale sulla storia di Scandriglia. Proseguendo nella storia di Petra Demone, possiamo dire che passato in mano agli Orsini, il tenimento del “castello diruto di pietra Demone” fu concesso il primo Gennaio 1508 da Giovanni Giordano Orsini a Oliviero di Bordella, ma fu recuperato in seguito da Farfa e allargato mediante una serie di acquisti scaglionati tra gli anni 1558 e 1645. Il 15 Settembre 1801 l’Abbate di Farfa fece persino stendere uno “Statuto per il Castello di Pietra Demone”, ma ben lungi di attestare un ripopolamento di questo centro, il detto documento e attesta il carattere di mero possedimento agricolo, in quanto si limita strettamente ai “danni dati” nel territorio, il quale è lavorato da coloni, senza che sia menzionata alcuna organizzazione civile ne ecclesiastica. Detto territorio fa oggi parte del comune di Scandriglia, uno dei più grandi per estensione dell’alta Sabina. I centri abbandonati di Vallebuona e Petra Demone sorsero appunto come la quasi totalità dei borghi medievali della Sabina nei secoli X-XI. In questo periodo gli antichi Sabini per ripararsi dalle scorrerie dei Saraceni abbandonarono le fiorenti città sabino-romane e si rifugiarono sulle alture, costruendo i borghi ed i castelli che ammiriamo ancora oggi. Il fenomeno dell'incastellamento di questi secoli determinò appunto la nascita dei castra, insediamenti fortificati. Lo sviluppo di questi nuclei insediativi, sorti in posizioni arroccate e ben difendibili poste strategicamente a controllo del territorio, determinò una riorganizzazione dell'assetto rurale do tipo militare-logistico imponendo di fatto la creazione di unità produttive autarchiche. Proseguendo al nostra passeggiata sulla provinciale, alle falde del Colle Cima dei Coppi incontriamo il fontanile rurale di Fonte Schiazzi. In prossimità di questa sorgente, sempre sulla mulattiera Orvinio-Scandriglia troviamo uno splendido monumento naturale, il vero patriarca del parco. Si tratta del cerro di Fonte Schiazzi, ha un'altezza di 20 metri, una circonferenza del fusto di circa 5 metri ed un'età che supera i 4 secoli di vita. Nel territorio dell'area protetta, possiamo comunque trovare altre essenze forestali centenarie, come lecci e faggi. Proseguendo il nostro cammino verso Scandriglia troviamo anche un esempio di edilizia rurale sabina (la stalla Pescara) e 2 fontanili, uno vicino a questa costruzione ed un altro denominato Fontana di Serrapopolo, alle falde dell'omonimo monte. L'allevamento nel massiccio lucretile era molto diffuso e veniva praticato come attività di supporto all'economia locale. Era caratterizzato da una limitata consistenza numerica delle mandrie. Altre fonti di reddito per l'economia della zona erano costituite dall'agricoltura, dalla raccolta di frutti di bosco ed erbe medicinali, dal commercio della neve e finito questo dalle carbonaie (passeggiando ne troviamo qualche resto). L'allevamento era invece praticato in gran parte allo stato brado. Sulla provinciale infatti troviamo molti boschi ridotti a cespuglieti: non sono altro che riappropriazioni da parte della montagna di terreni che un tempo erano adibiti a pascolo. Lo spostamento da un luogo all'altro degli animali praticato nei Lucretili invece era e medio e corto raggio, visto che quest'area si trovava lontana rispetto alle grandi direttrici della transumanza storica. Le vie della transumanza periodicamente divenivano anche vie di pellegrinaggio, poiché vi erano costruite pievi e chiese rurali. Lungo la provinciale, si individuano anche diverse tracce lasciate da branchi di cinghiali in transito (molto diffusi nei Lucretili), sarà bene dunque non effettuare l'escursione da soli. Viaggiando per questa antica via infatti, immersi nella natura ci sembra quasi di tornare indietro nel tempo. Sembra di calarsi nei panni dell’antico viaggiatore medievale, che percorreva sentieri e strade mal tenute a suo rischio e pericolo. In conclusione comunque possiamo dire che la provinciale Orvinio-Scandriglia, seppur poco conosciuta, rappresenta una delle vie storiche della nostra provincia. Viene utilizzata da millenni per attività di primissimo piano come il commercio (basti pensare allo scambio di prodotti della montagna di Orvinio con quelli tipicamente collinari di Scandriglia, soprattutto olio d'oliva) e appunto per la transumanza.

(a.d.v.)