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Storia / Personaggi storici
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ARCHIPRANDO DA RIETI




Archiprando da Rieti è una sorta di Alberto da Giussano nostrano. Di lui non sappiamo molto. Era dell’alta Sabina, a nord di Rieti, ed era un duca longobardo. La Sabina infatti all’epoca faceva parte del Ducato longobardo di Spoleto. Più precisamente era un falacrinese, cioè un abitante di Falacrinae. Il villaggio di Falacrinae (che diede i natali a Vespasiano) è stato abitato fino all’alto Medioevo. Oggi i ruderi di questo paese si trovano nell’alta valle del Velino, nel comune di Cittareale.
Nell’828 i saraceni sbarcarono a Civitavecchia e si sparsero per la penisola come cavallette arrecando danni immensi, commettendo eccidi e saccheggi rimasti tristemente memorabili. Rimasero per lungo tempo acquartierati in Sabina: furono rasi al suolo conventi, abitazioni, case coloniche e gli abitanti furono, in gran parte, o uccisi o deportati. Molti sopravvissuti furono ridotti in stato di schiavitù. La prima cosa che facevano i saraceni invasori era quella di distruggere i luoghi di culto cristiani.
L’abbazia di Farfa guidata dall’abate Pietro I resistette all’assedio per sette anni e dopo la distruzione fu abbandonata per 58 anni.
I saraceni distrussero anche l’Episcopio di Forum Novum (la diocesi Sabina rimase senza vescovi fino al 928), furono rase al suolo le notissime abbazie di San Salvatore Maggiore e di Santa Maria in Canetra. Anche la città di Rieti fu barbaramente assalita, fu distrutta la chiesa reatina di San Michele. In quest’ultimo luogo di culto i saraceni, dopo aver ucciso i monaci, rapirono buona parte del tesoro speditovi da Farfa. Il paesaggio sabino del tempo mostrava a un ipotetico visitatore desolazione, squallore e miseria ovunque; c’erano terreni incolti e abbandonati, paesi distrutti, chiese date alle fiamme.
Le popolazioni sabine, riavutesi dal primitivo sbigottimento, seppero ritrovare il loro spirito guerriero e furono tra le prime a far scoccare la scintilla della ribellione armata. Si formò un esercito formato da uomini provenienti da tutti i centri della Sabina. L’esercito guidato da Archiprando da Rieti sconfisse i saraceni e li cacciò definitivamente dalla Sabina. La battaglia fu combattuta nei primi mesi del 910 nei pressi di Trebula Mutuesca ove si erano asserragliati. I saraceni furono costretti a incendiare le capanne dove erano stati rinchiusi con la forza.
La battaglia di cui abbiamo parlato è descritta del monaco Benedetto da Soratte, nella sua Cronaca si legge: «Nello stesso tempo si mossero Akiprando di Rieti e molti altri longobardi e sabini, preparandosi a combattere contro i saraceni (che si trovavano) tra le mura di una città distrutta dal tempo, di nome Trebula. Vennero a battaglia e per grazia di San Pietro uccisero i saraceni».
Combatterono insieme all’esercito sabino anche truppe longobarde, perché come abbiamo visto la Sabina faceva parte del Ducato di Spoleto.
Nell’alto Medioevo il disegno dei musulmani era quello di impossessarsi dell’Europa intera. Valicarono infatti i Pirenei e invasero la Francia, ma fortunatamente furono arrestati da Carlo Martello. In Italia si attestarono nelle regioni centro-meridionali e ci rimasero purtroppo fino al 915, dopo avervi portato desolazioni e lutti indicibili. Da tutte le regioni del centro-sud occupate dagli infedeli (e già, gli infedeli sono loro e non noi...), si rivolgevano al Papa, ai duchi, ai baroni pressanti invocazioni, perché si ponesse fine alle scorrerie saracene, che immense rovine e immani lutti avevano provocato alle costernate e immiserite popolazioni.
Allora Papa Giovanni X fece una Lega contro i saraceni. Sotto il comando di Alberico accorsero schiere di umbri, toscani, piceni e i sabini guidati da Archiprando che avevano già combattuto a Trebula.
L’esercito cristiano sconfisse i saraceni nella battaglia del Garigliano (agosto 915). L’episodio è definito dallo storico Gregorovius «la più gloriosa impresa nazionale compiuta dagli italiani nel X secolo».
I saraceni sconfitti finalmente si ritirarono dalla penisola. L’Italia fu finalmente liberata dai Mori, che per oltre 60 anni ne avevano devastato le regioni continentali e in particolar modo il territorio del Ducato romano e della Sabina.
Come abbiamo visto i sabini guidati dal valoroso guerriero Archiprando (chiamato anche Akiprando o Takeprandus nelle fonti antiche) furono i primi a fare la ribellione armata contro i musulmani; la riscossa contro i saraceni partì proprio dalla Sabina.
In pratica i sabini di Archiprando, senza l’appoggio delle autorità centrali, si erano già assunti di propria iniziativa il compito di liberare le loro terre dai predoni saraceni che le infestavano. Segno che già andava maturando nelle coscienze l’amore per la libertà della propria piccola patria (la Sabina!): su tali basi sarebbero germogliati in seguito i principi comunali
. Il remoto e oscuro episodio di cui fu protagonista Archiprando da Rieti va considerato proprio come una delle prime affermazioni della libertà comunale. A ricordo della vittoria di Trebula, Archiprando fece ricostruire la chiesa di San Silvestro e vi fece apporre in memoria una lapide. Questa lapide oggi si trova proprio nella chiesa di San Silvestro a Cittareale (Rieti).
Un particolare curioso: fu utilizzata una lapide precedente del mondo classico, scalpellandone lo scritto.
Nella lapide in oggetto c’è scritto (traduzione in italiano): (IN ONORE) DI SAN MICHELE, DI SAN SILVESTRO PAPA / CLEMENTE, SISTO, URBANO, CORNELIO, LEONE, GREGORIO. / IN ONORE DI SAN ILARIO, MARTINO, REMEDIO, MAURIZIO / DIONISIO, BENEDETTO, SEVERO / E DI TUTTI I CONFESSORI / IN ONORE DEL SIGNORE SALVATORE, DI SAN PIETRO, PAOLO, ANDREA / E DI TUTTI GLI APOSTOLI, NONCHÈ DI TUTTI I SANTI. / IN ONORE DI SANTA MARIA, GIOVANNI BATTISTA, STEFANO, / LORENZO, SEBASTIANO, SAVINO, ELEUTERIO, VITTORINO, ANZIA, / ANATOLIA, VITTORIA E DI TUTTI I MARTIRI. / DOPO LA DEVASTAZIONE DEI SARACENI IO TAKEBBANDO PECCATORE / HO IMPETRATO DI RICOSTRUIRE E CONSACRARE (questa chiesa) / AI TEMPI DEL SACERDOTE ARIEPERTO, DEL SIGNOR PAPA GIOVANNI E DI TOFO / VESCOVO DELLA CITTA’ DI RIETI E DEL RE RODOLFO. / NELL’ANNO 924 DALL’INCARNAZIONE DEL SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO / IL GIORNO 5 DEL MESE DI DICEMBRE, INDIZIONE 13A / PIETRO VESCOVO EDIFICÒ LEONE ARCIPRETE REATINA... (l’ultima linea sembra piuttosto iniziare una frase che nella lapide non è terminata).
Sappiamo anche che Archiprando aveva un figlio, che nell’anno 948 fece dono delle sue terre al vescovo di Rieti.
Nel periodo della lotta contro i saraceni, i sabini, ammaestrati da tanta rovina, pensarono con maggiore intuito a quella unità politica che in tempi anteriori avevano trascurato, dando modo, ai romani specialmente, di approfittarne in maniera tanto proficua. Furono allora costruiti i borghi medievali arroccati sulle colline che esistono ancora oggi, nati con lo scopo di potersi aiutare a vicenda.
Ancora oggi il motto della Sabina è “Tota Sabina Civitas”, che sta a significare che i paesi della Sabina sono uniti tra di loro come se fossero un’unica grande città.
Ai nostri giorni non v’è angolo di Sabina che non conservi il triste ricordo degli eccidi e delle rovine dei saraceni. Il santo più amato dai Longobardi era S. Michele Arcangelo. Furono appunto i longobardi a portare in Sabina il culto di S. Michele. Ai nostri giorni questo santo è raffigurato in diversi stemmi dei comuni della Sabina, è inoltre il patrono di molti paesi, a lui sono dedicate chiese e santuari. Quest’ultimi si trovano dentro a delle grotte che in precedenza erano usate per adorare divinità pagane. Nella maggior parte di questi santuari ancora oggi ci sono delle catene che testimoniano la schiavitù saracena. Nella Cronaca del monaco Benedetto da Soratte si legge anche che i saraceni erano diventati numerosi e voraci come cavallette, tanto che i romani avevano perfino paura di uscire dalla città. (a.d.v.)